mercoledì 7 marzo 2012
lunedì 5 marzo 2012
1970, Coppa di Lega Italo-Inglese: Manchester City F.C. - Bologna F.C.

Ancora la splendida foto (tratta dal "Daily Mirror") del Bologna vittorioso a Maine Road - l'antico stadio del Manchester City -, che esce dal campo tra gli applausi dei giocatori del City, il famoso "Tribute". Trovo sia una delle più belle immagini dell'ultracentenaria storia del B.F.C., se non la più bella. Oggi può fare sorridere leggere di Coppa di Lega Italo-Inglese, oppure della Coppa Anglo-Italiana, come di manifestazioni calcistiche di un certo prestigio. Ma almeno per le prime tre edizioni della Coppa Anglo-Italiana, e per tutte le sei edizioni della Coppa di Lega Italo-Inglese, furono due tornei molto importanti.
Gli inglesi, per fare un esempio, alla Coppa di Lega Italo-Inglese facevano partecipare la vincente della Coppa di Lega inglese, e nelle ultime due edizioni le squadre vincitrici della Coppa d'Inghilterra.
Nella foto, il terzo da sinistra del Manchester City, è il grande Colin Bell. Per il Bologna (in maglia bianca con banda trasversale rossoblù), in prima fila da sinistra: Marino Perani, Franco Cresci, Bruno Pace. In seconda fila, da sinistra: Beppe Savoldi - seminascosto da Perani -, Mario Ardizzon (che saluta gli avversari) e Roberto Prini. Sullo sfondo, con la maglia scura, Giuseppe Vavassori. Nell'immagine a fondo pagina, alcuni commenti della stampa inglese dell'epoca, tratti dal "Daily Mirror".
Parteciparono squadre gloriosissime, come il Manchester City, il Tottenham, il West Ham, il Southampton. Giocarono la manifestazione campioni assoluti come Martin Peters (campione del mondo 1966), Alan Gilzean, Martin Chivers e Alan Mullery degli "Spurs"; Frank Lampard, Sr. - il padre del Frank Lampard del Chelsea - e Trevor Brooking del West Ham; il formidabile terzetto offensivo del City anni '60-70: Colin Bell, Francis Lee, Mike Summerbee; il grandissimo Mick Channon del Southampton. Insomma, parecchia élite dell'allora First Division.
martedì 28 febbraio 2012
giovedì 2 febbraio 2012
Bologna F.C. - A.S. Roma 3-1, 26 novembre 1961
Video della vittoria del Bologna ai danni della Roma, nel campionato 1961-62. Da notare il superbo magistero del giovane Giacomo Bulgarelli, all'epoca ventunenne, nel ruolo di ispiratore e realizzatore di tutte le trame offensive del Bologna. Un grande campione. Era quello il primo Bologna di Fulvio Bernardini, una squadra tecnica e spettacolare, che poteva contare su giocatori del calibro di Luís Vinício, del giovane Harald Nielsen, di Romano Fogli e Marino Perani. Era un Bologna veramente di grande livello, che concluse il campionato al quarto posto, a soli tre punti dalla seconda posizione in classifica. L'annata vide anche la vittoria nella vecchia Coppa Mitropa, che non era più il prestigioso e ambitissimo trofeo degli anni '20 e '30, ma che comunque era ancora un torneo di buon livello internazionale. Si cominciava a porre le basi per la squadra che avrebbe poi trionfato nel 1963-64, settimo ed ultimo scudetto nella storia del sodalizio rossoblù.
Da "La Stampa" del 27 novembre 1961
Bulgarelli trascina il Bologna al successo sulla Roma: 3 a 1
BOLOGNA, lunedi mattina.
Il Bologna ha travolto la Roma assai di più di quel che dica il già cospicuo punteggio. I rossoblu si sono infatti permesso il lusso di sbagliare un calcio di rigore con Vinicio e di mancare altre clamorose occasioni. Eppure il Bologna ad un certo punto ha rischiato di farsi strappare dalle mani le redini del gioco: è stato nella seconda parte del primo tempo allorquando i giallorossi, in vantaggio di una rete, si sono disperatamente spinti all'attacco, quasi in massa, pur senza riuscire a filtrare tra le maglie strettissime dei difensori. La Roma comunque otteneva il pareggio tre minuti prima del riposo, con un bel tiro da lontano di Angelillo, un tiro parabolico che sorprendeva Santarelli andando a battere sul palo eppoi schizzando in rete. Sembrava impossibile che il Bologna, come stava giocando, dovesse soccombere o soltanto dividere la posta. La Roma non esisteva a metà campo, dove solo il diciottenne De Sisti (al suo esordio in campionato) offriva un buon rendimento. Angelillo, nullo a quasi, aveva oltre tutto provocato l'azione del gol rossoblu: un suo colpo di testa al 7' mandava la palla a Lorenzini il quale lanciava immediatamente Renna. L'ala destra bolognese toccava di precisione a Bulgarelli, che con un tiro parabolico sorprendeva Cudicini in uscita. Il successo del Bologna porta proprio il nome di Bulgarelli, un giocatore che si sta rivelando come una delle migliori mezze ali del campionato. La Roma aveva schierato Carpanesi (che solitamente è l'uomo libero) su Bulgarelli mentre Angelillo arretrava. Nel Bologna era Tumburus su Manfredini con Janich quasi sempre libero e Franzini sulla linea dei mediani ma frequentemente proiettato in avanti. Dopo poche battute si è subito notata la superiorità del rossoblu. Dopo il primo gol il Bologna ha continuato a premere, sbagliando però alcune occasioni. L'inizio della ripresa registrava un gioco alterno. Poi all'8' Bulgarelli, dopo avere scartato tre uomini, si presentava davanti al portiere ma era atterrato da Fontana; l'arbitro lasciava correre nonostante le energiche proteste, ma un minuto dopo, su un fallo assai discutibile di Carpanesi sullo stesso Bulgarelli, concedeva il rigore. Vinicio calciava violentemente, ma la palla finiva sopra la traversa. Il Bologna aveva un attimo di sbandamento, ma la Roma sempre pia sfasata non ne approfittava. I rossoblu riprendevano il controllo del gioco e al 14' passavano nuovamente in vantaggio: Franzini lanciava Renna che fuggiva verso il fondo, dribblava quattro avversari e crossava a Pascutti il quale con un violento tiro batteva Cudicini. Un minuto dopo Bulgarelli partiva da tre quarti di campo, nella propria area, arrivava fino al limite dell'area poi apriva su Pascutti. Questi gli restituiva la palla e la mezz'ala, con un preciso rasoterra, portava a tre le reti del Bologna. e. m.
BOLOGNA: Santarelli; Lorenzini, Pavinato; Tumburus, Janich, Fogli; Renna, Franzini, Vinicio, Bulgarelli, Pascutti.
ROMA: Cudicini; Fontana, Corsini; Carpanesi, Losi, Pestrin; Orlando, Angelillo, Manfredini, De Sisti, Menichelli.
ARBITRO: Rigato, di Mestre.
giovedì 24 novembre 2011
Bologna Sportiva Sezione Calcio, 1931-32
Nella splendida foto a lato, una formazione dell'annata 1931-32. Come si può notare dalla didascalia in basso nella foto, il Bologna era già stato rinominato e inglobato (dal 1927), per volere di Leandro Arpinati, nella cosiddetta "Bologna Sportiva", realtà che raccoglieva quasi tutti i sodalizi più importanti della città sotto un'unica bandiera. Il Bologna, quindi, assunse la nuova denominazione di "Bologna (Sportiva) Sezione Calcio". Nella foto, da sinistra, in piedi, la mitica linea d'attacco rossoblù: Gastone Baldi (in borghese), Bruno Maini, un dirigente dell'epoca, Rafael Sansone, Angelo Schiavio, Francisco Fedullo, Carlo Reguzzoni e l'allenatore Gyula Lelovich. Al centro, da sinistra, quelli della mediana: Aldo Donati, Mario Montesanto e Gastone Martelli. In basso, accosciata, la linea difensiva. Da sinistra: il massaggiatore Amedeo Bortolotti, Eraldo Monzeglio, Mario Gianni e Felice "Gisto" Gasperi.Probabilmente il Bologna più forte e spettacolare di tutti i tempi. La foto fa riferimento all'incontro Milan - Bologna del 13 marzo 1932, 1-0 per i rossoneri con rete di Pietro Pastore. Durante quell'annata, il Bologna rimase imbattuto per ben 19 (!) giornate. Cadde solo alla ventesima, a Roma, contro la Lazio - La "BrasiLazio", come era stata simpaticamente ribattezzata dai suoi tifosi, per via dei numerosi oriundi brasiliani presenti in squadra: "Filò" Guarisi, Del Debbio (che il Bologna aveva già incrociato nelle file del Corinthians, durante la tournée in Sud America del 1929), De Maria, Fantoni, ecc. -, con il punteggio di 2-1. Il Bologna perse quel campionato in maniera beffarda, dopo averlo comandato per ben 25 giornate. Subì il sorpasso della Juventus e poi perse in modo rocambolesco, per 3 a 2, nel confronto diretto a Torino: con Luis Monti - il centromediano argentino della Juventus, soprannominato in patria "Doble Ancho", per la sua fisicità imponente - che tentò di spezzare una gamba, intenzionalmente, a Schiavio (Angiolino non gli rivolse mai più la parola, a nulla valsero i tentativi di riappacificazione tentati da Vittorio Pozzo), e dopo essere passati in vantaggio per ben due volte, nel fango del campo di "Corso Marsiglia". Quel Grande Bologna si vide stoppata la strada verso lo scudetto da quegli eventi, e non riuscì a interrompere il "quinquennio" juventino. Ma in compenso, andò a raccogliere grandi soddisfazioni in campo internazionale, nella mitica Coppa dell'Europa Centrale, vincendola due volte, nel 1932 e nel 1934. Fu l'unica squadra italiana a riuscire nell'impresa. Tutte le altre fallirono - a cominciare proprio dalla Juventus - tentando di conquistare quella coppa: l'Ambrosiana Inter, la Roma, la Fiorentina, il Torino, la Lazio, ecc., ecc. Una bella soddisfazione e un giusto riconoscimento a una squadra formidabile, che ha segnato un'epoca del calcio italiano.
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martedì 25 ottobre 2011
Vittorio Caporale
L'estate che precedette il campionato 1975-76, fu una delle più infauste nella storia del sodalizio rossoblù. Fu un vero e proprio spartiacque tra la grandezza di un glorioso passato e un futuro incerto, che vide un Bologna sempre invischiato - fino al termine degli anni '70, tranne che per un campionato - nella lotta per non retrocedere. La ragione fu il terrificante "calciomercato" condotto all'inizio di quella stagione: furono ceduti in un solo colpo tre giocatori - solo per citare i più importanti, in realtà ne furono ceduti molti di più e tutti di buon livello - che poi in altre società, Napoli e Torino, si rivelarono colonne portanti di entrambe le squadre. Parliamo dell'idolo indiscusso di tutta la tifoseria rossoblù, Beppe Savoldi; del nuovo astro nascente proveniente dal vivaio del Bologna, Eraldo Pecci; e del protagonista di questo profilo, Vittorio Caporale, libero di classe e grinta che al Toro andò a vincere uno scudetto storico, atteso per una vita dalla Torino granata. Vittorio Caporale venne scambiato sul mercato con Angelo Cereser, il celebre "trincea", ottimo giocatore e bandiera granata, ma ormai over trenta, calciatore in fase calante e più vecchio di tre anni rispetto a Caporale. Fu uno scambio che vide nettamente perdente il Bologna, che - oltretutto - si privò anche del "rivale" in rossoblù di Caporale, Franco Battisodo. Vittorio Caporale arrivò al Bologna dall'Udinese - all'epoca in serie C -, nel campionato 1971-72, sulle orme del suo ex compagno di squadra e di difesa in bianconero Adriano Fedele, che era già diventato un beniamino del pubblico del vecchio Comunale. Caporale, a differenza di Fedele, non si impose subito in rossoblù e nella massima serie. Dovette attendere la stagione successiva quando, con 24 presenze in campionato e 9 in Coppa Italia, riuscì a disputare un buon numero di partite. Nel Bologna fu impiegato in diversi ruoli di difesa, ma in realtà non riuscì mai ad affermarsi definitivamente. Soprattutto perchè l'allenatore dell'epoca, Bruno Pesaola, non lo "vedeva" assolutamente. Nonostante questo, Caporale diede un ottimo contributo alla causa del Bfc: per lui diverse presenze nella vittoria in Coppa Italia nel 1973-74; nel Torneo Anglo-Italiano del 1973; e in Coppa Mitropa (all'epoca ancora competizioni di un certo spessore, a cui partecipavano squadre di ottimo livello: quell'anno il Newcastle - che affrontò il Bologna -, e il Manchester United di Bobby Charlton nell'Anglo Italiano; la Dinamo Zagabria in Mitropa). Da quell'annata in poi, le presenze andarono sempre in calando, fino ad arrivare alla cessione dell'estate 1975. Vittorio Caporale andò a prendersi le sue rivincite e soddisfazioni nel Torino, dove fu grande protagonista di uno scudetto storico. In breve, per tutti i tifosi granata divenne "CaporalBauer", in simpatico gioco con il cognome di Franz Beckenbauer. Il suo modo di interpretare il ruolo di libero in maniera propositiva, simile a quello del fuoriclasse del Bayern Monaco, gli fece meritare questo appellativo da parte della tifoseria granata. Anche a Bologna, comunque, lo ricordiamo con affetto.Ringrazio Luca, figlio di Vittorio Caporale, per la gentile concessione delle foto d'archivio che sono pubblicate in questo profilo
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Vittorio Caporale, al Bologna dal 1971-72 al 1974-75. Per lui 84 presenze ufficiali in rossoblù, tra campionato e coppe. Ha vinto una Coppa Italia nel 1973-74.
CONOSCIAMOLI MEGLIO.
Continua la pubblicazione dei profili (uno per numero) dei giocatori del Bologna. Attraverso questi ritratti spregiudicati e dissacranti, gli sportivi ed i tifosi rossoblù avranno modo di conoscere ogni aspetto pubblico e privato dei loro beniamini
VITTORIO CAPORALE
CAPORALE RIVUOLE I GRADI
Servizio di Gianfranco Civolani
— Da titolare a riserva di lusso: cosa hai provato?
« Dispiacere, amarezza, rabbia. Ero finalmente riuscito a diventare titolare per una stagione intera. Francamente non mi aspettavo di essere così bruscamente ricacciato indietro. Pensavo: c'è anche Battisodo, è un giocatore in gamba, ma sarà lui a doversi dare da fare per strapparmi il posto. E invece... »
— Però sei definito "riserva di lusso ideale". La prospettiva proprio non ti va?
« Riserva di lusso, ma sempre riserva. E la prospettiva non mi va perché credo che sia mio diritto rivendicare un posto da titolare. Io cerco sempre di capire le ragioni degli altri, io non voglio fare sciocche polemiche, io so come ci si deve comportare in una società e credo di aver dimostrato a tutti che so anche incassare in silenzio. Però avrò la libertà di dire che la prospettiva di dover aspettare qualche incidente o squalifica di un compagno per poter giocare, non mi va assolutamente giù. »
— Ipotesi: un posto da titolare in Serie B. Preferiresti una soluzione del genere?
« Perché in Serie B? Possibile che io non posso aspirare a fare il titolare in Serie A? »
— Come mai sei venuto fuori soltanto a ventisei anni?
« Perchè quando avevo vent'anni e giocavo nell'Udinese, stavo sempre per passare ad altre squadre più forti, ma all'ultimo momento non se ne faceva mai niente. Quando il Bologna mi ha acquistato, avevo ormai perso ogni speranza di venire A. Pensavo che al massimo avrei fatto un po' di carriera in B. »
— Come mai ti si accusa di mancanza di temperamento?
« Ma sì, probabilmente fino a due anni fa non mi ritrovavo un gran temperamento. Poi qui a Bologna ho cominciato a giocare più spesso e credo di aver fatto vedere che il temperamento ce l'ho anch'io. »
— Qual è il tuo vero ruolo?
« Non c'è dubbio, quello di libero. Posso adattarmi in altri ruoli, ma dò il meglio come libero. »
— E cosa ti manca rispetto agli specialisti tipo Burgnich?
« Mi manca l'esperienza, la meccanica. Per poter migliorare sensibilmente bisogna giocare parecchio...
»
— Hai ben fisso in testa qualche traguardo?
« Giocare almeno venticinque partite all'anno e — lo ripeto — non dover sempre sperare nelle disgrazie degli altri per avere un posto al sole. »
— Ti piacerebbe cambiare, città, cambiare club?
« A Bologna ci sto benissimo e francamente finirei volentieri la carriera qui. Però batto sempre quel chiodo. Se quest'anno sono sempre stato zitto, questo non significa che non abbia avuto le mie grosse amarezze ».
— Invidi il tuo amico Fedele?
« No, ho semplicemente piacere che sia andato a giocare in un grosso club ».
— Se tu non fossi diventato calciatore, cosa saresti diventato?
« Geometra. Stavo appunto studiando da geometra, quando per via del calcio ho interrotto gli studi. »
— Che importanza dai al denaro?
« La giusta importanza. »
— Come ti piacerebbe investire il denaro?
« Mi porrò il problema nel momento in cui appunto avrò il denaro. Credimi pure: per ora di denaro non ne ho mica guadagnato tanto. »
— Stato civile?
« Sposato, e c'è addirittura un secondo figlio in arrivo. »
— Passi per un tipo molto taciturno. Sei sempre stato così?
« Non sono mai stato un allegrone. »
— Cosa pensi dei giocatori che picchiano?
« Penso che un giocatore, specie un difensore, debba saper giocare e qualche volta anche picchiare. »
— Faresti la firma a giocare nel Bologna quindici partite all'anno?
« Difficile rispondere. Nel Bologna ci sto bene, ma quindici partite non sono moltissime. Diciamo che bisognerebbe affrontare anche il lato economico... Ma quel che mi secca, è che magari già prima che incominci il campionato, mi si metta una etichetta addosso: tu riserva, il titolare è l'altro...»
— Si dice comunemente che nel Bologna ci sono troppi giocatori imborghesiti, che bisogna cambiare, che ci vogliono facce nuove. Tu sei d'accordo?
« Se in questo momento di punti in classifica ne avessimo 30, forse tanti discorsi non si farebbero nemmeno. Comunque ci sono giocatori che stanno nel Bologna da sette-otto anni e naturalmente il pubblico vorrebbe vedere qualche altra faccia nuova. Ma è tutta questione di risultati: si cambia solo se i risultati non sono buoni.»
— Esempio: se tu dovessi raccontare a un amico che tipo di giocatore è Caporale, beh, come lo definiresti?
« Gli direi che Caporale è un giocatore che in Serie A può fare tranquillamente la sua figura. »
Da "La Stampa" del 16 aprile 1976.
Caporale ieri, oggi, domani.
"Se c'è logica rimarrò al Torino. Per i supertifosi granata il libero ripudiato da Pesaola è il "Beckenbauer di via Filadelfia".
FERRUCCIO CAVALLERO
Il primato del Torino è frutto di coerenza, di continuità; nasce dall'estro di Claudio Sala, dalla potenza offensiva di Pulici e Graziani, dalla lucida inventiva di Pecci a centrocampo, ma un discorso sul Torino non può esser fatto se si trascura l'apporto dei «gregari», di Patrizio Sala, Salvadori, Caporale. Il « libero » è una delle rivelazioni della stagione granata. Domenica scorsa, dopo il match vittorioso di Como, Radice si è avvicinato nello spogliatoio a Vittorio ed una stretta di mano tra i due ha detto più di tante parole. Un modo per ringraziare in silenzio il giocatore, con quel comportamento sincero che è proprio del carattere del trainer. In questi brevi istanti Caporale ha compreso molte cose, ha provato soddisfazioni che rincorreva in anni di carriera. La rinascita del difensore di Moimacco non è casuale, è stata accompagnata passo su passo dall'ambiente. Per capire Caporale bisogna rifarsi un istante al passato. Friulano, duro nei tratti del viso e nella volontà, si mette in luce nell'Udinese. Ha la fortuna di essere aiutato nelle prime esperienze con il « mestiere » da Gipo Viani, uomo ormai navigato. Caporale promette, matura, passa al Bologna. Gli ultimi due anni in maglia rossoblu si rivelano però un vero tormento. Pesaola non concede fiducia al giocatore, preferisce utilizzare Battisodo. Tra il « petisso » e Vittorio non c'è litigio, ma nemmeno una spiegazione chiara per la strana decisione. Così si consuma il divorzio. Caporale lascia quest'anno Bologna e tira (come Pecci) un grosso respiro. Pur di cambiare aria accetta il ruolo di riserva nel Torino. Nelle prime « uscite » della squadra, a Santa Vittoria d'Alba, fatica a raggiungere la condizione. « Nella prima gara di campionato — dice aggiustandosi il taglio ribelle dei capelli,— Radice fece giocare nella' sfortunata trasferta di Bologna Santin nel ruolo di libero. Nello s'infortunò e, la domenica dopo, mi si presentò l'occasione contro il Perugia». Da quel giorno di ottobre, la maglia è diventata sua, grazie a quella precisione e pulizia nell'intervento, quel suo tempismo nello spezzare e costruire l'azione. Un libero in chiave offensiva, proprio adatto alle caratteristiche tattiche del nuovo Torino. Il Beckenbauer di via Filadelfia, come lo hanno soprannominato i supertifosi, spiega cosi il segreto della sua squadra che, oltre alle reti dei due bomber, si basa sull'ermetica cerniera della retroguardia: « Con i miei compagni di reparto ci si intende ad occhi chiusi. E' bastato poco per perfezionare un certo automatismo negli scambi ed ora proprio non ci sono problemi ». Con la primavera sono spuntate voci su un possibile trasferimento di Caporale a fine stagione. Non pensiamo che la società granata sia orientata in questo senso, il difensore dopo una annata che ha segnato la sua seconda giovinezza non meriterebbe per alcuna ragione un simile trattamento. « Se c'è logica nel calcio — dice Vittorio a voce bassa — allora penso di rimanere nel Torino. Qui mi trovo bene, vorrei "chiudere" tra qualche anno». Caporale, con la moglie e due figlioletti, vive nella casa che guarda la collina la favolosa avventura. Mancano cinque giornate per agguantare lo scudetto, un sogno che mai era entrato nelle aspirazioni del giocatore. « Infatti —confida — io del titolo continuo a non parlarne per scaramanzia. Ci vuole tanta fortuna. Per intanto mi godo questo campionato in maglia granata che mi compensa delle molte delusioni patite ».
Da "La Stampa" del 17 luglio 1975
Il nuovo libero granata è un tremendista nato.
Caporale non teme l'ombra di Cereser
Di Salvatore Rotondo
Parte Angelo Cereser. Non crederanno ai loro occhi i tifosi granata quando lo vedranno al Comunale con una strana maglia rossoblu, molto diversa da quella granata che per Angelo più che una divisa rappresentava una seconda pelle. Con ciò si dimostra che nulla è immutabile: i tifosi bianconeri si adattarono a vedere Sivori nei colori del Napoli, quelli granata faranno anche il callo ad un Cereser bolognese.
— Ma signor Caporale si rende conto? Il nuovo libero del Torino si chiama Vittorio Caporale e nei primi incontri c'è il rischio davvero che qualcuno lo consideri un profanatore. Un rischio relativo, considerato però che Caporale sembra l'uomo più adatto ad inserirsi in modo indolore nello spirito del « tremendismo » granata.
« Certamente mi rendo conto che prendere il posto di Cereser nel cuore dei tifosi di Torino non sarà semplice. Ma già ieri ho conosciuto due capi della tifoseria che sono venuti in sede a trovare i nuovi arrivati e penso che faremo in fretta a rompere il ghiaccio. Anche se prima c'era Angelo Cereser. Nel Torino ci vengo volentieri proprio per il carattere che la squadra ha sempre dimostrato. Nessuno nel Torino pretende di giocare da signorina. La squadra applica un gioco maschio, specialmente in difesa, che si adatta perfettamente alle mie caratteristiche ».
— I terzini sono feroci...
« Meglio cosi. Ad un libero non può che far piacere avere intorno gente decisa, che non ha paura di sporcarsi i pantaloncini ».
— Si aspettava il trasferimento al Torino?
« Sapevo che mi avrebbero trasferito. Chiedete a Pesaola i motivi, comunque sapevo che mi aveva messo nella lista dei trasferibili. Una scelta tecnica che onestamente non capisco. Non credo che Pesaola abbia potuto mettere sul piano della bilancia anche il dissidio personale avuto con me ». « Del trasferimento — aggiunge Caporale — ho saputo dai giornali. E' vergognoso che i giocatori debbano essere ancora trattati come capi di bestiame. E' un tasto sul quale la nostra Associazione non deve stancarsi di battere ».
Ad Aosta, nel solito esordio stagionale, i tifosi vedranno con la maglia numero cinque un libero all'inglese: fisicamente robusto, alto, capelli neri lunghi, leggermente stempiato, grinta da vero granata.
Ad Aosta, nel solito esordio stagionale, i tifosi vedranno con la maglia numero cinque un libero all'inglese: fisicamente robusto, alto, capelli neri lunghi, leggermente stempiato, grinta da vero granata.
Rimprovera il « Petisso » di averlo utilizzato pochissimo nel Bologna
Caporale: solo 151 presenze ma la colpa è di Pesaola...
NAPOLI — Oggi ne compie centocinquantuno in serie A. Ma è soddisfatto solo a metà. Vittorio Caporale, trentadue anni alla fine del mese, rimprovera a Pesaola di avergli frenato la carriera. Lui pensa già al futuro e garantisce: « Me la sento di giocare ancora per un bel po'. Almeno altre cento partite in serie A. Ecco, è questo il mio traguardo ». Ma non ha dimenticato il passato. Bologna e quattro stagioni da pendolare fra campo, panchina e tribuna: soprattutto Pesaola. Caporale non sa che forse oggi al San Paolo ci sarà anche lui. Ieri il Petisso era a Napoli, con Di Marzio è stato brillante ospite della rubrica sportiva di una telelibera cittadina. Giocare magari proprio sotto gli occhi di Pesaola, chissà che effetto fa. 151 ED UN RIMPIANTO — A biro e taccuini, Caporale si concede con rara parsimonia. Ma questa è una circostanza particolare. Confida: « Domenica scorsa ad Ascolí, ho raggiunto un traguardo importante. Ma rimpiango ancora le occasioni perdute a Bologna, con Pesaoia che non mi faceva giocare molto. Quattro campionati, solo, una cinquantina di partite. Ero più giovane, avevo tanti stimoli. Insomma, poteva essere quella la svolta giusta per la mia carriera. Meno male che poi sono arrivati il Torino e il Napoli ». IL RISCATTO — Lo scudetto nel segno del Toro, oggi il Napoli che scommette ad occhi chiusi su di lui. Fra un passato di riscatto totale ed un presente di grande soddisfa alone, Caporale finalmente parla delle sue rivincite: « Il momento più bello è stato senza dubbio il campionato vinto col Torino. E adesso vorrei realizzare qualcosa di importante qui a Napoli. Per lo scudetto, se ne potrebbe forse parlare dalla prossima stagione; intanto, abbiamo le carte in regola per disputare un ottimo girone di ritorno, qualificarci alla Coppa UEFA, lottare fino all'ultimo in Coppa Italia ». OGGI E DOMANI — Uno sguardo al futuro, il pronostico per oggi, Caporale parla de giovane cotega Baresi: « Fra i liberi della nuova generazione mi sembra il più dotato. Prima o poi, toccherà a lui raccogliere l'eredità di Scirea. Un consiglio, però: Baresi deve progredire nel gioco puramente difensivo ». Questa Fiorentina senza Antognoni e Pagliari provoca la diffidenza di Caporale: Sono sempre pericolose le squadre in formazione d'emergenza. « Chi sostituisce i titolari, gioca con una grinta ed una concentrazione addirittura raddoppiata. Noi puntiamo ovviamente al risultato pieno ».













lunedì 26 settembre 2011
Renato Dall'Ara
Il 10 ottobre 2012 cadrà il 120° anniversario dalla nascita di Renato Dall'Ara (anche se alcune fonti riportano invece il 1891 come data di nascita), il "Presidentissimo", per trenta anni alla guida del Bologna Football Club, dal 1934 al 1964. Dall'Ara, nato a Reggio Emilia, divenne ricco a miliardi con il suo celebre maglificio, che aprì una volta trasferitosi nel capoluogo Felsineo. Il successo imprenditoriale lo raggiunse mettendo in commercio una specie di giaccona a maglia, che Dall'Ara aveva visto indossare in una foto al generale Umberto Nobile (il famoso trasvolatore sul Polo Nord). La giacca a maglia venne lanciata sul mercato con il marchio "Norge" e fu un trionfo di incassi e di immagine personale; in breve divenne uno degli imprenditori più in vista della città. Dopo la caduta in digrazia presso il regime di Leandro Arpinati, serviva un nuovo uomo forte alla guida del Bologna. I gerarchi locali scelsero proprio lui, Renato Dall'Ara, 42 anni, sposato con la signora Nella e senza figli. Fu subito grande amore ma furono anche grandi trionfi. 5 scudetti, 1 Coppa Europa, il Trofeo dell'Expo di Parigi, 1 Mitropa. Un Presidente eccezionale. Non mancarono però i momenti bui e le contestazioni, soprattutto nel dopoguerra, quando la squadra stentava e i successi non arrivavano più. Ma nel momento in cui sentì la "minaccia" del petroliere Attilio Monti - che una larga maggioranza di tifoseria voleva presidente -, si sentì punto nell'orgoglio e cominciò la costruzione, anno dopo anno, della squadra che portò al Bologna il 7° e ultimo scudetto, giocando un calcio meraviglioso, paradisiaco. Purtroppo non poté godere assieme ai suoi ragazzi e alla città quel trionfo; morì in Lega Calcio il 3 giugno 1964 - quattro giorni prima del trionfo rossoblù all'Olimpico di Roma -, colpito da infarto mentre discuteva animatamente con il presidente dell'Inter Angelo Moratti. Il suo cuore, già minato da un infarto precedente, non resse. Chiudo con un breve sunto tratto da un articolo di Gianfranco Civolani: " Renato Dall'Ara: cinque scudetti, una Coppa Europa, una Mitropa, un Trofeo Expo di Parigi, una Coppa Alta Italia. Ma soprattutto un supremo magistero, una filosofia fatta di concetti così vitali e terreni. Uomini che ai tempi di Dall'Ara non eravate nemmeno nati, uomini che ne avete sentito parlare solo di rimbalzo: tipi come Renato Dall'Ara sono appunto l'uomo, il calcio, la vita ".Da "L'Unità" del 4 giugno 1964
Il Presidente degli anni trenta
Di Sante Della Putta
La morte e la vita sono spesso poveri incidenti naturali che sfuggono a ogni regola di giustizia e di logica. Stavolta però la morte ha raggiunto uno dei massimi dell''ingiustizia. Ha aspettato a stroncare un uomo come Dall'Ara proprio alla vigilia del suo momento campale, il « giorno romano » che senz'altro egli considerava il più importante di tutta la storia del vecchio Bologna. E così il presidente dei trent'anni, ha chiuso repentinamente gli occhi senza rivedere lo scudetto di Campione d'Italia ricucito sulle maglie rossoblu dei suoi ragazzi. Gli amici dell'Inter ci lascino dire. Sono sportivi e cavallereschi, pertanto non dispiacerà loro se scriviamo che Renato Dall'Ara era certo che lo scudetto quest'anno gli apparteneva. E non era, si badi bene, una certezza derivante da idee di superiorità di squadra, o di tecnica o di bravura; bensì dall'aver visto sotto i suoi occhi scomparire, in virtù d'uno sgambetto canagliesco, una conquista ottenuta. Aveva Il famoso triangolino di stoffa in mano e già stava scegliendo con cura il filo migliore per ricucirlo, dopo più di vent'anni, sulle maglie del suo Bologna, quando bruscamente gliel'hanno rubato. Ma era convintissimo di recuperare la refurtiva il giorno del grande (e per lui ingiusto) spareggio. Renato Dall'Ara aveva 73 anni compiuti ed era presidente del Bologna F.C. da trenta, precisamente dall'ottobre del 1934. Non sappiamo se in Italia vi siano presidenti di squadre calcistiche con direzione così annosa. Certo è che se ce n'è stato uno considerato inamovibile, questo è lui. Inamovibile come certi patriarchi di campagna che, splenda il sole o grandini, rimangono al loro posto senza che a nessuno passi per il cervello il pur minimo pensiero di sostituzione o di avvicendamento. Sono tutt'uno con le stagioni, con la natura che li circonda, coi raccolti fruttuosi o con le perdite, col susseguirsi delle generazioni. Per Dall'Ara « ragazzoli » erano e sono rimasti, Andreolo, Biavati e Puricelli, e « ragazzoli » erano oggi Bulgarelli, Haller, Pavinato e gli altri, anziani o pivelli che fossero. Bè, chiamarlo presidente forse non è del tutto giusto. Meglio sarebbe definirlo « comandante del Bologna ». Era ormai vecchio e la salute cominciava a tradirlo: aveva superato un infarto, uno scompenso cardiaco, un paio di ulcere, il diabete, tuttavia in casa rossoblu faceva tutto lui. Bologna F.C. era lo stesso che mente di bocca la risposta che dire Dall'Ara F.C., la squadra era sua. Com'era sua la fabbrica di maglie che gli aveva dato sicurezza finanziaria e spunti, peraltro controllatissimi, di mecenatismo. Era un bravo dirigente sportivo? Par di si, se si osservano i risultati e il buon nome che il Bologna ha sempre mantenuto. Sotto la sua direzione la squadra ha vinto quattro campionati ('35-'36, '36-'37, '38-'39 " e '40-'41) più una prestigiosa Coppa d'Europa (1934) e un torneo internazionale a Parigi (1937). Qualcuno gli imputa una direzione decisamente artigianale, troppo alla vecchia maniera, e per ciò inadeguata alle idee di perfezione e automazione che paiono necessarie oggi anche in campo sportivo. Si potrebbe dire così: era uno di quei dirigenti (e lo era anche nella sua industria di magliaio) che dicono « Tas, ti, pistola! » a chi va a parlargli di public-relations, di marketing e di copywriters. A noi, francamente, non dispiacciono. Rimangono uomini di carne e di ossa. Sfuggono, si fa par dire, alla cibernetica, ma non alla saggezza collaudata dal tempo. Veramente, chiedere a lui che cosa rappresentava il Bologna nella sua vita di tutti i giorni, era cavargli immediata-più gli piaceva: « E' la mia famiglia, io non ho avuto figli, perciò i miei giocatori sono diventati i miei ragazzi ». Era un suo vezzo. Com'era un vezzo autodefinirsi « piccolo industriale di provincia con l'hobby del calcio ». E comperava e vendeva lui. Soprattutto comperava. « Il migliore modo di acquistare — diceva — è quello di non vendere ». La frase è rimasta famosa, tanto più che egli la pronunciò la prima volta il giorno in cui un gruppo di autorevoli sportivi petroniani andò a lamentarsi con lui, che la squadra declinava e bisognava rafforzarla. Questo fatto del non volere acquistare gli ha attirato addosso una taccia di cui egli rideva: avaro. Effettivamente somigliava a quei vecchioni nostri nonni o nostri padri d'altri tempi, che per qualunque lavoro o servizio si compiesse ti ricompensano con una « palanchetta ». Ci sembravano taccagni da morire e invece erano dei saggi parsimoniosi. « Perchè buttare i quattrini? — diceva —. Perchè inabissare le squadre in bilanci rovinosi? E' una strada che non porta lontano. Meglio essere parsimoniosi e infischiarsene di chi ti chiama avaro ». Era nato a Reggio Emilia il 10 ottobre del 1892. La sua attività di industriale laniero ha avuto inizio subito dopo la prima guerra mondiale, in cui aveva combattuto col grado di maresciallo di cavalleria. Fece tutto da solo, improvvisando e affidandosi alla buona sorte. Da poco nulla, arrivò ad impiantare una industria che con gli anni diverrà fiorente e fortunata. Si occupava già di calcio ma prima di arrivare alla presidenza del Bologna dovrà attendere fino all'ottobre del 1934. Incominciò con un trionfo: la conquista della Coppa d'Europa. Attualmente ricopriva il ruolo di consigliere della Lega Nazionale professionisti. Ma l'età e le varie indisposizioni di questi ultimi tempi, avevano rallentato dì molto questo genere d'attività extra-rossoblu. Sicuramente il famigerato « caso doping » deve avergli inferto un colpo molto duro. Dai brutti giorni in cui esplose, egli è parso sempre seriamente indisposto. Solo domenica scorsa, in occasione dell'incontro Bologna-Lazio, era tornato in tribuna. E' stata l'ultima partita cui ha assistito. Domenica, all'Olimpico, durante lo scontro più arduo in cui sarà impegnato il suo Bologna, gli sportivi italiani lo immagineranno di nuovo al suo posto, con in mano un lembo di quello scudetto ch'egli considerava il più caro e il più suo fra i tanti conquistati dal suo squadrone all'aria libera degli stadi.
Da "La Stampa" del 4 giugno 1964
La Tragica fine di Dall'Ara nella Lega Calcio a Milano
Di Leo Cattini
Il presidente del Bologna muore discutendo col presidente dell'Inter Aveva 72 anni. Doveva concordare con Moratti i premi ai giocatori per la partita di Roma. All'improvviso si è piegato sulla sedia. E' spirato mentre il collega milanese cercava di sorreggerlo. La moglie è stata colta da choc alla notizia. Milano, 3 giugno. Il comm. Renato Dall'Ara, da trent'anni presidente del Bologna, è deceduto verso le ore 17,30 per infarto cardiaco nella sede della Lega nazionale e precisamente nella saletta del presidente dott. Giorgio Perlasca. Era stato quest'ultimo a convocare l'anziano dirigente calcistico (nato il 10 ottobre 1892 a Reggio Emilia) per una consultazione alla quale doveva intervenire anche il presidente dell'Internazionale, Angelo Moratti. Scopo principale della riunione era quello di concordare, in forma amichevole, l'entità del premio di partita da aggiudicare ai giocatori nerazzurri e rossoblu, impegnati nello spareggio di domenica prossima. Doveva essere stabilito, di comune accordo, un tanto da erogare ai vincitori ed un tanto agli sconfitti. Ciò nell'intento di placare l'attesa degli stessi giocatori, messi in agitazione dalle notizie diffuse in questi ultimi tempi, e nello stesso tempo di allentare la tensione che gravava sulla partita decisiva del campionato. Era anche intenzione del presidente della Lega nazionale di attenuare lo stato di evidente disagio venuto a detcr minarsi tra le due vecchie società calcistiche e tra i loro dirigenti in conseguenza delle polemiche accese dalla Questione del « doping » e da tutto il resto. Il presidente del Bologna era giunto a Milano in macchina verso le ore 15,30 accompagnato dalla moglie Nella e dal medico personale dr. Pinetti. Veniva ricevuto subito dal capo dell'ufficio stampa Scarambone ed accompagnato da questi nella saletta del dr. Perlasca. In attesa dell'arrivo del presidente dell'Inter, rintracciato per telefono in quanto l'orario preciso del convegno non era stato fissato, Dall'Ara aveva spiegato con disinvoltura che domenica scorsa più che sentirsi male aveva preferito ritirarsi per timore dell'entusiasmo popolare, specialmente dopo che il vicepresidente del sodalizio rossoblu l'aveva sollevato di peso in tribuna d'onore, esternando così il suo entusiasmo alla notizia — risultata poi falsa — che la squadra nerazzurra aveva pareggiato a San Siro contro l'Atalanta (e che pertanto il Bologna era campione. In seguito il comm. Dall'Ara aveva avuto espressioni d'ammirazione per la vittoria conquistata dall'Inter a Vienna contro il Real Madrid, rammentando però che anche il Bologna, ai tempi d'oro, s'era imposto due volte nella « Mitropa Cup ». Alle 17,22 era giunto il presidente dell'Inter e dopo i convenevoli di rito i tre dirigenti — Perlasca, Dall'Ara e Moratti — avevano iniziato con la massima serenità le discussioni per stabilire — come giù detto — l'entità dei premi di partita da assegnare per lo spareggio di domenica prossima, con l'impegno di osservare onestamente i patti. All'improvviso Dall'Ara si era appoggiato allo schienale della sedia, piegandosi poi verso sinistra, addosso a Moratti. Questi aveva sorretto subito il collega, e coadiuvato da Perlasca, l'aveva adagiato su un divano. Alle grida di Moratti e di Perlasca, accorreva il medico personale dott. Pinetti, che non poteva fare altro che accertare il decesso. La moglie era uscita per effettuare alcune compere e non era quindi per il momento rintracciabile. Secondo le modalità della legge, venivano avvertiti la Squadra Mobile, che provvedeva a sua volta a chiamare la Volante, ed il commissariato Duomo, che disponeva per gli accertamenti, stendendo il verbale sulla base della dichiarazione di morte (per cause naturali) stilata dal dott. Pinetti. Veniva pure interessato il Procuratore della Repubblica, che prospettava due possibilità: o il ricovero della salma all'obitorio o l'autorizzazione per il trasporto a Bologna (richiesto poi dalla moglie, che una volta rintracciata e sebbene avvertita con la massima cautela, era stata colpita da leggero choc). Per ottenere al più presto possibile l'autorizzazione per il trasporto a Bologna, veniva interpellato anche il sindaco prof. Bucalossi, che interessava a sua volta l'assessore allo Stato Ciuile. In attesa del furgone speciale, veniva allestita la camera ardente nel salone d'onore della Lega nazionale. Anche l'avv. Giustiniani, presidente della Corte d'Appello di Milano presidente della Corte federale, interveniva per accelerare le pratiche. Il presidente del sodalizio nerazzurro, Angelo Moratti, sconvolto e quasi fuori di sé, (l'anziano collega era morto fra le sue braccia) si rifiutava di rispondere a certe domande concernenti lo spareggio di domenica prossima. Verso le ore 21 il dirigente nerazzurro lasciava la sede della Lega ed a vegliare la salma (la cui rimozione è ammessa soltanto dopo ventiquattro ore dal decesso) sono rimasti il prof. Boselli, il dott. Perlasca e Scarambone, ai quali si sono aggiunti, più tardi, i consiglieri della società rossoblu, venuti da Bologna. Renato Dall'Ara aveva 72 anni. Aveva partecipato alla prima guerra mondiale come maresciallo di cavalleria. Successivamente, trasferitosi a Bologna, aveva organizzato un'industria di maglieria che doveva in breve tempo prendere ampio sviluppo. Da trent'anni ininterrottamente era presidente del Bologna, squadra che, sotto la sua guida, aveva vinto quattro campionati italiani (1935-36; 1936-37; 1938-39; 1940-41), una Coppa Europa (1934), il Torneo dell'Esposizione di Parigi (1937) e infine la Coppa dell'Europa Centrale (1962).
Il cuore non ha retto alla passione sportiva
Di Vittorio Pozzo
E' morto il presidente del Bologna. Il cuore, che da lungo tempo lo insidiava e faceva temere per lui, ha finito per cedere. O per tradirlo. E' morto facendo il suo dovere di dirigente, combattendo per la sua società. Si era recato a Milano, alla Lega Nazionale, dove, a seguito di iniziativa sua personale, doveva aver luogo una riunione col presidente dell'Internazionale, alla presenza di qualche alto esponente della Lega stessa o della Federazione, allo scopo di fissare, su basi di eguaglianza, i premi da versare ai giocatori che, vincendo lo spareggio di domenica prossima, avessero riportato il titolo di Campione d'Italia. Stava per difendere una causa giusta, insomma. Era, da tempo, in condizioni di salute alquanto scosse. Già, alcuni mesi or sono, aveva avuto due attacchi cardiaci. Poi si era ripreso. E, proprio al momento in cui era scoppiata la grossa « grana » del drogaggio per la sua squadra, aveva fatto una ricaduta, la più grave di tutte. Era stato un paio di mesi a letto, poi si era recato a Napoli ed altrove, in cerca di pace e di sole, colla proibizione di occuparsi delle cose del calcio. Se fosse stato presente, forse le cose sarebbero andate diversamente a Bologna in quel frangente. Perché una bella pratica dell'ambiente se la era acquisita nei lunghi anni di presidenza del suo sodalizio e di appartenenza agli enti federali. Allo stadio della sua città non ci era più stato, per lungo tempo. Fu proprio lui, personalmente, che volle andarci domenica scorsa, per l'incontro tra i rossoblu e la Lazio, malgrado il parere contrario della sua signora e del medico curante: i quali avevano finito per accompagnarlo. Quando nello stadio stesso avvenne quel finimondo che avvenne, per l'equivoco insorto fra i termini di « spa reggio e di pareggio », noi dicemmo ad un collega: « Chissà se il cuore di Dall'Ara avrà retto ad emozioni così violente e contrastanti! ». Guardammo. Al suo posto non c'era già più. Lo avevano portato via. Gli telefonammo la sera stessa, e rispose lui medesimo, dicendo che erano tutte esagerazioni e che lui stava benissimo. Per noi, invece, gli sono state fatali proprio le emozioni di quella sera. Tanto che, a notte, incominciammo l'articolo per la seconda edizione di « Stampa Sera » di lunedì, l'altro ieri, scrivendo che i malati di cuore non avrebbero più dovuto presenziare agli incontri calcistici. Era un presagio, il nostro: un triste presagio. Ci incontrammo ancora lunedì sera stesso. Ci raccontò più cose interessanti. Era magro e tirato, ma ci pareva abbastanza rimesso, tanto che ci disse: « Forse domenica prossima sarò a Roma per la finalissima ». E' caduto, come un soldato. Facendo il suo dovere. Passava un po' per tirchio nell'ambiente. Ma, effettivamente, per il suo Bologna aveva speso un patrimonio. Rispettava il danaro, che, in gioventù, aveva sudato a guadagnare, e, quando spendeva era perché era indispensabile spendere. Ci conoscevamo da più di una trentina d'anni, e ci aveva dato prove di vera e schietta amicizia. Non aveva figli, ma aveva una moglie che lo adorava ed in ogni dove lo seguiva. Come tutti i dirigenti sportivi che sono soliti pagare di persona, ha avuto dalla sua squadra, e dalla sua società, gioie e dolori, soddisfazioni e disinganni. Schiettamente, sinceramente, la sua morte ci ha colpito, ci ha addolorato nel modo più vivo e le condoglianze che noi rivolgiamo alla sua signora ed ai parenti ed amici suoi sgorgano direttamente dal cuore. Perché noi non apparteniamo a quella schiera dilagante di persone alle quali lo sport ha saputo e potuto insegnare l'odio per coloro che la pensano diversamente da loro. Noi amiamo dire e scrivere la verità, senza odiare né svergognare nessuno. Di uomini parliamo meno che possiamo: preferiamo parlare di fatti e di cose. E ci teniamo lontani il più possibile da chi, per abitudine, esagera. Per questo, preferiamo tenere per noi la nostra commozione. La morte di Dall'Ara ha turbato il campionato mentre questo stava avviandosi al suo momento culminante. Diciamo questo, perché conosciamo bene il Bologna. Il colpo che esso ha subito è grave. La pietà — quella che qualcuno proclamava fosse morta — ha ridotto lo slancio e ridotto anche le forze morali di quella creatura che egli tanto amava: la squadra bolognese.
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